Non autosufficienza: aumentano malattie croniche e solitudine

L’allungarsi delle speranze di vita è, si, un risultato positivo della ricerca, della medicina e dei sistemi di assistenza, ma porta con sé anche l’aumento delle malattie croniche, che cioè ci accompagnano per il resto della vita.

Le malattie croniche l’anno precedente hanno interessato quasi il 40% della popolazione italiana. Sono 24 milioni gli italiani con una malattia cronica, che in termini di spesa sanitaria vogliono dire 67 miliardi di euro.

Diverse malattie rientrano in questa categoria, come le cardiopatie, gli ictus, il cancro, il diabete e problemi respiratori. Queste malattie sono spesso molto invalidanti, rendendo complicata la vita quotidiana.

La cronicità rappresenta una sfida molto importante per il futuro poiché, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le malattie croniche sono “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi” e richiederanno l’impegno di circa il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale. 

L’Italia, secondo le ricerche effettuate dall’Osservatorio sulla Salute, è un Paese che fa i conti con patologie persistenti, ma dove l’assistenza si sviluppa a macchia di leopardo, cioè in modo disomogeneo lungo il territorio nazionale.

L’aumento di questo fenomeno è connesso a differenti fattori come l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della sopravvivenza dovuti al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, al mutamento delle condizioni economiche e sociali, agli stili di vita, all’ambiente e alle nuove terapie.

Disuguaglianze sul territorio

La cronicità in Italia è fortemente legata ad aspetti sociali, con significative differenze di genere, territoriali e socio-economiche.

Per quanto riguarda la questione di genere, ne sono affette più le donne rispetto agli uomini (che però hanno una minore aspettativa di vita).

Vi sono poi forti differenze regionali e locali; la prevalenza più elevata di almeno una malattica cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione.

Nel nostro Paese, poi,  il livello culturale ha un effetto significativo sul rischio di cronicità. I dati dell’Istat evidenziano, infatti, che le persone con livello di istruzione più basso soffrono molto più frequentemente di patologie croniche rispetto al resto della popolazione.

Ma anche il lavoro che si fa incide sulla nostra salute. Le categorie professionali maggiormente colpite da patologie croniche sono i disoccupati – alla ricerca di nuova occupazione – e gli autonomi.

Aumenta anche la solitudine

«Farsi prossimo significa impedire che l’altro rimanga in ostaggio dell’inferno della solitudine. Purtroppo la cronaca ci parla spesso di persone che si tolgono la vita spinte dalla disperazione, maturata proprio nella solitudine».

PAPA FRANCESCO

La solitudine fa vivere la persona in un inferno con conseguenze negative sulla salute, spesso drammatiche, molto gravi e non solo sul piano psicologico.

Le persone sole si curano poco di se stesse, perché non trovano un valido motivo per migliorare la propria condizione; questo atteggiamento può essere la conseguenza di uno stato depressivo.

La solitudine è tra le cause più frequenti e incisive di perdita della salute, con effetti differenti nelle diverse età e circostanze della vita.

E’ quindi necessario mettere in atto meccanismi protettivi.

È importante che la famiglia e le reti sociali non lascino sola la persona sofferente, ma mettano in atto delicati interventi perché il fenomeno non si aggravi con ulteriori conseguenze sulla salute.

L’assistenza sul territorio

Quindi, stiamo assistendo a un’esplosione dei bisogni che necessita di una riorganizzazione ragionata dell’assistenza sanitaria pubblica e una ridistribuzione dei fondi.

Di fronte a questa allarmante prospettiva di un aumento della domanda di cura, il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) sta ponendo le basi per attuare un cambiamento indirizzato a una sostenibile ed equa gestione della cronicità.

L’intento è quello di promuovere interventi basati sull’unitarietà di approccio, centrati sulla persona e orientati verso una migliore organizzazione dei servizi e una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza. Il Piano propone nuovi modelli organizzativi il cui fulcro sono le cure territoriali e domiciliari, integrate, delegando all’assistenza ospedaliera solo la gestione dei casi acuti/complessi non gestibili dagli operatori sanitari a domicilio.

L’assistenza continuativa

Il nodo resta l’assistenza continuativa, fuori dalle mura degli ospedali, strutture in grado di migliorare la quotidianità dei malati.

L’Auser (l’Associazione per l’Invecchiamento Attivo) nella ricerca “Domiciliarità e Residenzialità per l’Invecchiamento attivo” fotografa la situazione dell’assistenza in Italia. Cresce la domanda di cura per gli anziani, ma crollano i finanziamenti pubblici.

Il peso quindi ricade sulle famiglie: oltre 561mila quelle che hanno dovuto utilizzare tutti i risparmi, vendere l’abitazione, o indebitarsi, per pagare l’assistenza a un non autosufficiente.

Se l’invecchiamento procede, si arresta invece un’altra tendenza che ha caratterizzato l’Italia: diminuisce l’istituzionalizzazione, a cui si preferisce la cura a casa.

Diminuiscono infatti gli anziani presi in carico nei servizi, gli ospiti di strutture residenziali, quelli che hanno l’indennità di accompagnamento, la spesa per servizi sociali per anziani di regioni e comuni.

sostegno di una badante

Le badanti sono attualmente una vera risorsa per la cura a casa.

L’Auser propone alla politica di rendere le città amiche degli anziani. Serve cioè estendere i servizi di assistenza domiciliare e finanziare il Fondo Unico per la non autosufficienza con risorse aggiuntive rispetto a quelle pubbliche. Inoltre propone aggiustamenti per far emergere il lavoro nero; il costo della regolarizzazione, cioè, non deve essere troppo elevato per le famiglie, prevedendo misure di detrazione dal reddito e accompagnandolo con un seria qualificazione professionale attraverso la formazione e il riconoscimento contrattuale.

In questo senso, sarebbe opportuna l’istituzione del registro degli assistenti familiari per facilitare la ricerca di assistenti qualificate.

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Elisabetta Surace, care manager di badacare

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