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Il ruolo di caregiver e la psicologia tra badante e famiglia

Il ruolo di caregiver e la psicologia tra badante e famiglia

Quale è la relazione tra badante e famiglia?

Cosa accade dentro una persona quando si invecchia? Come si vive questo tipo di esperienza? In che modo l’invecchiamento modifica la nostra vita e le nostre relazioni con gli altri?

Quando si invecchia ci si trova a dover gestire una serie di perdite di diversa natura: il corpo cambia, perdendo gradualmente le sue funzionalità e la sua autonomia rendendoci sempre più dipendenti dall’altro; la memoria, che ci ha accompagnato per gran parte della nostra vita, può venir meno, generando in noi ansia e confusione; spesso molti dei nostri cari e amici muoiono, lasciando in noi un vuoto e un senso di solitudine difficili da gestire, e facendo al tempo stesso far capolino in noi al pensiero della nostra finitudine e della nostra stessa morte.

Ci si scontra, insomma, con una serie di limitazioni e di perdite che portano in campo emozioni non semplici da digerire, che possono compromettere la qualità degli scambi comunicativi e relazionali, rischiando di far vivere male tutti gli attori coinvolti nel processo di cura.

Prendersi cura, un’esperienza etica

Prendersi cura di una persona anziana è un’esperienza intersoggettiva e al tempo stesso etica, in cui i tradizionali ruoli presenti all’interno della famiglia vengono ribaltati. Accade cosi che figli e/o nipoti si trovino a “dover essere” e a “dover fare” da soccorritore a uno o entrambi i genitori, spesso malati e fragili. E’ come se ci si sentisse implicitamente in obbligo di dover restituire quell’aiuto e quel sostegno (sia pratico sia emotivo) che in un altro tempo e in altra forma si è preso dai nostri genitori e/o nonni.

Gestire il peso di questa responsabilità non è semplice e non è propriamente una scelta libera. Deriva infatti da una serie di contingenze di vita e da reali necessità a cui i familiari sentono di non potersi sottrarre. Mi vengono in mente le parole di Manuela, donna 60enne che ha accudito entrambi i genitori, rinunciando alla sua vita torinese e trasferendosi in un paesino sperduto nelle Langhe che i genitori 90enni non hanno mai voluto lasciare: “come faccio?” “Non li posso mica lasciare così, da soli!”.

Sin qui tutto bene – apparentemente – una figlia dedita e amorevole che compie un sacrifico. Ma qual è il sacrificio reale di Manuela, e come ha impattato la sua scelta nel suo matrimonio? Se da un lato Manuela è si una figlia servizievole verso i suoi genitori, con un forte senso di responsabilità a cui non può (e forse non vuole) rinunciare perché per lei “è cosi che si dimostra l’affetto”, dall’altro però è anche una moglie miope alle proprie necessità familiari, poco sensibile ai bisogni di Andrea, suo marito, che fa l’insegnante in una scuola elementare di Torino, e a cui richiede implicitamente di sacrificarsi proprio come ha fatto lei per i suoi genitori.

Il ruolo dei legami affettivi e delle dinamiche relazionali

I legami affettivi e le dinamiche relazionali giocano un ruolo importante nel processo di cura di un anziano. Quando si vivono una serie di emozioni negative – come la colpa collegata all’idea di essere una figlia cattiva se si delega il processo di cura, come nel caso di Manuela – si può perdere di vista un quadro più ampio, in cui diventa essenziale un bilanciamento tra il tempo e le energie dedicate alla propria famiglia d’origine (i nostri genitori) e la famiglia che ci siamo scelti e che abbiamo costruito, e verso cui allo stesso modo abbiamo delle responsabilità (marito, figli ecc.)

E così per non lasciare soli i genitori di Manuela, qualcun altro resta solo. In questa storia è Andrea, il marito di Manuela; in altre sono Alessandro e Irene, i figli di Barbara, che si trova costretta a prendersi cura prima di un papà cardiopatico, poi di una mamma con gravi problemi di deambulazione a causa di una brutta frattura e non più autosufficiente.

“Come faccio?” “Non li posso mica lasciare così, da soli!” mi chiedeva angosciata Manuela. No, non si può. “Ma è possibile che tu, e solo tu, sia l’unica alternativa? E’ davvero l’unica strada possibile – ribatto io – o si può pensare insieme una valida alternativa che ti consenta da un lato di rimanere una figlia amorevole e soccorrevole e dall’altro di continuare a essere una altrettanto amorevole compagna per tuo marito salvaguardando la tua unione familiare?”

Cosa implica chiedere un aiuto esterno

Chiedere aiuto non è un passo semplice, né delegare parte della cura di un nostro familiare fragile e anziano. Spesso si crea dentro di noi l’erronea credenza che solo noi siamo in grado di dare quell’aiuto e quell’amore perché, dopo tutto, siamo noi i figli, i nipoti, le mogli, i mariti etc. Anche solo pensare di “mettere una badante” disturba, ci disturba: disturba l’anziano, che vede entrare in casa sua un estraneo, che si sente invaso nella propria intimità e che, in questo modo, è costretto a fare i conti con quelle perdite e con quei limiti che così ostinatamente non vuole vedere né accettare. Ma disturba anche chi si prede cura di lui, gli impone di pensare in modo diverso, di fare la fatica psichica di includere più piani di analisi, di modificare dentro quelle credenze errate che ne determinano le azioni limitandolo, di tollerare la colpa per aver delegato e le ansie e le paure connesse alle domande: ma si prenderà davvero cura di? Chi mi da la sicurezza?

La relazione tra badante e famiglia

Contrariamente a quanto spesso si pensa, questo estraneo non é un nostro nemico, bensì un valido alleato, qualcuno con cui poter condividere l’impegno e la fatica che, suddivisi, possono diventare un po’più tollerabili per tutti. Immaginiamo per un momento che la relazione anziano-famiglia rappresenti una sorta di circuito elettrico in cui vengono scambiati, tra i diversi poli, segnali (emozioni, richieste, aspettative, frustrazioni, bisogni etc…) che però se non adeguatamente regolate possono creare un corto-circuito, compromettendo così la funzionalità del circuito stesso. La badate diventa allora un terzo elemento all’interno di quello stesso circuito che, senza modificarne la struttura, ne garantisce però il corretto funzionamento. “In che modo?” mi ha chiesto Bruna, prima di rivolgersi a Badacare. Nei circuiti esistono tante cose, esistono i commutatori, che permettono di collegare tra loro altri dispositivi, ed esistono i convertitori, che permettono di trasformare i segnali e di regolare la tensione in uscita. Capita spesso, infatti, che ci sia molta di questa tensione tra l’anziano e l’ambiente familiare in cui è inserito. In questo senso la badante non si sostituisce al familiare, ma fa da ponte tra il familiare e l’anziano, ascolta empaticamente, sostiene su un duplice fronte: da un lato l’anziano, aiutandolo a riguadagnare pezzi di autonomia in quelle attività pratiche in cui l’autonomia era venuta meno; dall’altro la sua famiglia, “educandola” a un modo diverso di stare in relazione con il proprio familiare, un modo più libero in cui non ci si deve sostituire alla persona anziana e fragile e in cui è ancora possibile mantenere una propria vita (e vitalità) al di là del ruolo di un caregiver familiare.

Fanny Guglielmucci, PhD

Dipartimento di Psicologia, Università di Torino

La.To.Psi – Laboratorio Torinese di Psicologia Clinica e Psicoterapia, Spin-off dell’Università degli Studi di Torino

Per contattare Fanny Guglielmucci: [email protected]

Fanny Guglielmucci, PhD